L’ultima lettera di Teseo

Candida acqua, ruscello scorrente, il suo limpido gorgogliar lungo il pendio della montagna, travolto dalla luce, lascia intravedere la sua profonda intimità. Ignaro del suo destino, ignoro anche il suo principio, così è stata la mia esistenza, con un passato sepolto, con un avvenire oscuro. Oh Crono, dio del tempo, guarisci le mie ferite come l’acqua che spazza via ogni cosa, ogni cosa tranne le cicatrici che però rimangono: i sassolini ormai depositati sul letto di questo fiumiciattolo riemergono, si aggrappano al flusso, e viaggiano nel presente e nel futuro.
Il tuo addio mi ha imprigionato per sempre in un ingente labirinto. Corridoi cupi, incessantemente lunghi e freddi, costringono all’evasione la mia anima lasciando un corpo che vaga invano in questo labirinto senza uscita. Questa volta la salvezza sarà irraggiungibile, neanche col filo di Dedalo. Abbandonato nella solitudine, faccio compagnia solo alle mie lacrime che hanno già sciolto il mio viso, soffocato il mio cuore.
Il tramonto, la serenità, il silenzio, la tranquilla notte che prende il sopravvento sul caotico giorno, il mio paesaggio preferito. La luce rosso-giallastra di Elio invade i miei pensieri che tendono all’anarchia e allo smarrimento. Più lo osservo più mi è amaro codesto paesaggio, l’origine dei miei dolori, che ha privato la mia vita di ogni singolo significato.
Nebbia, echeggiava nell’aria un senso di mistero. Era la natura che giocava a nascondino celando qualcosa di terribile dietro al suo velo biancastro. Al centro di quest’affresco dove ogni forma diviene indefinita, una nave, lasciata in balia di Poseidone, galleggiava smarrita sopra le acque del mar Egeo. Essa reggeva gli animi naufraghi di un gruppo di giovani ateniesi che lasciavano alle loro spalle l’incubo del mostruoso Minotauro. Fra quegli animi miserabili c’eravamo anche noi due. Ignota era la via di ritorno, offuscata dalla nebbia, ma per la volontà del fato ci venne incontro la piccola isola di Nasso dove decidemmo di approdare, trascorrendoci la notte. Io e Lei ci incamminavamo con la mano nella mano sulla spiaggia. Lei procedeva adagio, ogni tanto saltellava, rideva, mi raccontava della sua infanzia, del suo passato, disse che le sarebbe piaciuto vedere il tramonto. Una lunga scia di orme inseguiva la nostra ultima passeggiata mentre una leggera brezza animava la fuga delle onde che fluttuavano ai nostri piedi, arrivando a volte perfino a bagnarli. Lontano, si sentivano i canti dei gabbiani che appena sfioravano le nostre orecchie, fuggivano quasi fino a confondersi con il frusciar delle onde. All’improvviso Lei cadde a terra, la aiutai a sedersi e poi la feci appoggiare nelle mie braccia. Capimmo tutti e due che era arrivato il momento. Precipitammo nel silenzio, non dicemmo neanche una parola. Lei mi fissava con i suoi occhi teneri ma sbattuti, sconfitti, e la sua mano destra stringeva il mio braccio sinistro. Pochi erano i respiri che le erano rimasti. Per un attimo mi sembrò che tutto si fosse fermato, che nel mondo ci fossimo solo noi due, e ogni secondo che passava durava un millennio. Implorai segretamente gli dei di mostrarci lo splendore del sole, di far avverare il suo ultimo desiderio. Forse avevano sentito le mie suppliche, il velo biancastro iniziò a svanire lasciando all’orizzonte un sole morente che riflette i suoi deboli raggi sulla calma ma scintillante superficie del mare. Quanto avevo desiderato che quel tramonto durasse una vita intera, che fosse durato un’eternità. Lei girò leggermente la testa, rubò ancora un sguardo all’orizzonte, i suoi occhi diventarono lucidi, forse per la gioia, forse per il dolore, sorrise, pian piano mollò la presa e chiuse gli occhi. Una lacrima scese dall’occhio sinistro, scorse lentamente lungo il suo viso fino a gocciolare sulla sabbia formando un macchia scura. Cacciai un urlo che finì per tramontare insieme al sole. Asciugai il suo viso, accarezzai la sua morbida pelle e la baciai per l’ultima volta, e poi rimasi lì, immobile, a fissare quei gabbiani che volavano spensierati sotto quel cielo ormai blu-violaceo. Lentamente la macchia scura venne sommersa dalle acque dell’alta marea. Violente, perpetue, spietate, devastavano la spiaggia cancellando ogni traccia del suo passaggio. I gabbiani, atterriti dalla gelida luna piena calata nel bel mezzo della tetra volta celeste, fecero ritorno nei propri nidi. Ero solo, avvolto nel buio, ingoiato dalla notte. La mia ragione venne sottomessa dai sentimenti. Le mie forze erano diventate prigioniere del dolore. Non riuscivo ad accettare ciò che era successo. La mia mente rifiutava di credere che Lei fosse morta.
Io sono figlio di Etra ed Egeo, re di Atene e Lei era la principessa di Creta, maledetta dal dio del mare che la avrebbe trascinata nel regno degli inferi appena si fosse innamorata di qualcuno. Lei era una creatura innocente, un atto scellerato di suo padre fu la causa della sua ingiusta condanna.
Oh Teseo, Teseo! Perché io sono Teseo? E tu, perché sei figlia di Minosse? Avresti dovuto negare il tuo nome, non essergli discendente. E voi crudeli dei dell’Olimpo, siate invidiosi del nostro amore, sconosciuto a voi immortali. Lei ebbe il coraggio di amare affrontando la morte. E io? Che cosa ho fatto per impedire tutto questo, che cosa avrei potuto fare? Mi sento una polvere insignificante sospesa in questo universo in continua trasformazione, un essere vile con un cuore in costante discesa, consumato dal parassita, sprofondato nel mare, con un anima già dispersa nel buio totale.
Pregai gli dei per tre giorni e tre notti, alla fine Dioniso si commosse e collocò il suo leggiadro corpo fra le stelle del firmamento facendo di Lei una costellazione, Arianna.

Una Risposta a “L’ultima lettera di Teseo”

  1. wow..semplicemente senza parole…

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